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Maria D’Anna e l’unicità del progetto #scampoletta: quando l’alta sartoria made in Italy vince sulla serialità

    Come nasce l’alta sartoria made in Italy?
    Da Maria D’Anna dell’#atelierdiunicità scopriamo i segreti della sua nuova start-up.

    1. A 30 anni sembra già tutto deciso e poi? Raccontaci il tuo percorso.
    Ho avuto varie esperienze lavorative: commessa, operaia in una fabbrica di decorazioni, grafica in una tipografia, sono stata per dieci anni circa impiegata in diverse aziende, infine mi sono ritrovata imbarcata su una nave da crociera come program hostess. Pensandoci adesso mi accorgo che ero sempre alla ricerca di nuovi stimoli.
    Ti dico che mi sono “ritrovata” in nave perché una mia crisi mi aveva fatto comprendere che era tempo di un cambiamento radicale (non ero matta, ero infelice e sentivo che il mio tempo negli uffici era terminato). Giunse con la nave anche una bella storia d’amore, e poi? E poi senza lavoro e senza amore ho intrapreso un percorso interiore con il reiki, una disciplina giapponese per il riequilibrio interiore. È stato in quel momento che ho ricontattato la mia essenza ed ho ripreso a disegnare e anzi ho cominciato a dipingere. Finalmente ho cercato dentro me ciò che chiedevo all’esterno…

    2.Tutto è successo dopo i 30. Nel frattempo hai alimentato questo talento? Se si come? O lo hai tenuto a tacere?
    Ho sempre disegnato, fin da bambina, mi piaceva realizzare collage e mi divertivo a personalizzare le scatole delle scarpe. Il mio alleato fidato era l’amata colla vinilica! Passavo molto tempo con mia madre che è una sarta e talvolta giocavo anche con ago e filo.
    Sicuramente andando a lavorare il mio tempo libero si era ridotto, ma gli interessi sono sempre stati tanti!
    Mi ricordo che ripresi a disegnare assiduamente un annetto prima dell’esperienza in nave.

    Cresceva la voglia di rivalsa

    per non aver fatto studi artistici (ho fatto il turistico) e il desiderio di mettermi in gioco per cui presi delle lezioni private di disegno artistico presso l’Atelier “nerodimARTE” (www.nerodimarte.it) a Pomigliano d’Arco. In quel periodo scrivevo anche molto. Ah, lo sai che ho persino pubblicato qualcosa e avuto qualche riconoscimento? Nulla di che, tuttavia piccole soddisfazioni.
    Come vedi la mia è stata proprio un’esigenza di comunicare, c’è qualcosa da far uscire fuori.

    Mariadanna e la sua #atelierdiunicità. Progetto #Scampoletta
    Mariadanna e la sua #atelierdiunicità. Progetto #Scampoletta

    3. Una passione trasmessa da madre in figlia.

    Volevo diventare una stilista di moda. Amavo stoffe, bottoni, cotoni… mi piaceva il rumore della macchina a pedale di mamma, una Necchi che ancora oggi si difende benissimo. Accompagnavo mia madre al mercato dove prendeva dei tessuti di occasione, oppure in via Duomo a Napoli, in cui un tempo si concentravano i negozi storici di forniture di tessuto. Era la zona in cui lei era cresciuta ed era diventata artigiana… io c’ero sempre e toccavo quelle stoffe preziose con le mie manine lunghe. Osservavo mamma mentre lavorava, ogni giorno. Il nostro tavolo del soggiorno diventava piano di lavoro, su cui tagliare, imbastire, disegnare carta modelli…. Mia madre era sempre felice con il suo metro da sarta al collo e la borsetta con gli spilli appuntata al petto.
    A me piaceva studiare da qualche parte accanto a lei, mi piaceva quell’energia che circolava. Allora non capivo, oggi mi emoziona pensarci…
    Ho incamerato tutte queste immagini ed oggi vengono fuori quando cucio o taglio. Credimi, mi riesce con una tale naturalezza. È qualcosa che mi appartiene, poi quando ho bisogno chiedo a mia madre, al tappezziere oppure rivedo manuali o tutorial online.

    4. Finalmente arriva il momento in cui decidi di dargli voce.
    Penso che iniziare a dipingere mi abbia scosso. Sai, i primi
    complimenti, vedere che i miei quadri mi parlavano. Oggi ci penso e tutto appare più chiaro… se ti dico i titoli di alcuni quadri potrai comprende: “Potenzialità”, “Opposizioni e sinergie”, “Le nubi si diradano”, erano dei messaggi, non credi?
    Dai quadri alle borse il passaggio è stato naturale, volevo un supporto per le mie opere che potesse essere fruibile e accattivante. Il tessuto è stato la base ideale e ancora oggi adoro lavorare con le stoffe.

    5. Qual è stata la scintilla che ti ha permesso di prendere il coraggio con due mani e dirti “lo faccio”?
    Sono stati i mandala a darmi la spinta forte. Inizialmente mi incuriosivano questi cerchi sacri, poi dipingere in linee circoscritte, eppure liberamente come mi diceva l’istinto, mi faceva stare bene. Mettici che piacevano pure ad amici e parenti e che quindi avevo le prime vendite.
    Ma il momento “x” me lo ricordo benissimo, te lo racconto: ero a casa dei miei, nella nostra cucina living, il mio amico del cuore, Alessandro, tappezziere e home stylist, che mi dà dritte tecniche e mi passa qualche tessuto da urlo, mi aveva dato la sua macchina da cucire portatile, una Merritt che ancora ho con me. Merritt era da un lato del tavolo, dall’altra parte c’erano dei colori per tessuto, pennelli e stoffe. Di fianco al tavolo, l’asse da stiro e sul divano c’erano alcune shopping bags appena dipinte ad asciugare. Insomma stavo lavorando, sembrava un laboratorio artigianale. Era ciò che desideravo, pensai proprio: “è questo che voglio!”. Io mi ci vedevo appieno!

    Frida. Borsa dipinta artigianale. Mariadanna_#atelierdiunicità
    Borsa dipinta artigianale. Mariadanna_#atelierdiunicità. Frida per Serena Brancale

    6. Per avviare un’attività di qualsiasi natura sia è necessario che parta da un minimo di investimento.
    Avevo qualcosina da parte e pensai potesse essere un buon inizio, mi dissi che mi stavo facendo un regalo, dandomi un’occasione. Sapessi poi quante cose ho ricevuto in dono ai primi tempi. Mettere su un laboratorio dal nulla significa che servono anche tavoli e sedie ed io ho ricevuto tanti regali. Ogni amico a modo suo ha concorso alla spinta. Le forbici appartenevano ad una legatoria che faceva persino restauro di libri antichi, il metro di legno era quello di un tempo di mia madre, il tavolo e altri pensili erano di un vicino di casa, così come l’asse da stiro. Mio fratello mi diede il primo ferro da stiro a vapore, un amico mi portò il fornellino elettrico per preparare il caffè, i primi colori per stoffa me li donò l’associazione di volontariato che ancora frequento, il primo compasso era di mio padre, il mio amico tappezziere mi donò il suo metrino storico e i primi tessuti su cui lavorare… Come vedi ero e sono circondata d’amore. Tutti credevano in me e in qualche modo, con una tisana, un portafortuna, un angioletto, erano lì a sostenermi.
    Non avevo grosse somme di denaro da investire, avevo tempo, impegno, pazienza e passione e man mano che guadagnavo qualcosina la investivo, oppure mi facevo regalare alle ricorrenze attrezzature varie. Per un mio compleanno chiesi a mio marito, che oggi è il fan nr. 1, un rotary cutter, praticamente un taglierino circolare, con annesso tappetino da lavoro. Continuo ad investire sia per i ferri del mestiere sia per studiare e sia per dare sempre più forza alla mia brand identity.

    7. Mi riempie di gioia che tua abbia deciso di restare e coltivare il tuo progetto nel tuo paese d’origine: in sud Italia. Esistono incentivo regionali che agevolino questo (come altri percorsi) imprenditoriali mirati al tuo settore specifico?
    Restare al Sud per me è una sfida continua, a volte scapperei, tuttavia mi vedo sempre in questa realtà provinciale, lenta, fatta di cose semplici. Inoltre l’energia di Napoli, la mia città natale, è particolare, è forte, ti scuote. Napoli ti confonde talvolta per la sua bellezza fatta di contrasti. Io ci vado ogni settimana per acquisti di belle arti, tessuti o accessori vari. Per il resto sono sempre attenta agli incentivi, anzi, in realtà mio marito, che è un libero professionista, segue questa parte qui, esistono certo aiuti regionali e anche aziende a sostegno delle start-up, ma non sempre rispondono alle nostre esigenze.
    Io sono una donna di 40 anni, faccio artigianato artistico e voglio portare avanti un mestiere antico con il mio estro artistico e olistico, senza sottovalutare il mondo digitale in cui sono immessa e che ci ha fatto conoscere tra l’altro!

    8. Finalmente arriva “Manocrea“. Dove trovi l’ispirazione?
    Manocrea è un’associazione di artigiani che organizza eventi ad Avellino a cui ho partecipato e lo faccio ancora con gioia.

    La mia primissima collezione si chiama “Alma extrosa” e l’ho dedicata ad Alessandro Basile, il mentore e amico di cui ti ho già parlato.
    Lui mi ha incoraggiato moltissimo in questo lavoro, la collezione è venuta fuori spontaneamente. Subito dopo ci fu la capsule collection dedicata alle regine britanniche. Lì l’ispirazione venne dal tessuto scelto, un fantastico tweed spigato che fece innamorare le clienti.
    Prendo ispirazione dal tessuto stesso e dalla mia vita, dalle mie esperienze ed emozioni. Come ti dicevo si tratta di comunicare un messaggio. Con le mie prime shopping bags “mandaliche” diffondevo messaggi motivazionali legati ai mandala che dipingevo e meditavo.

    9. Tutto, se non sbaglio, viene dipinto a mano?
    Si, dipingere a mano è l’abc, altrimenti che senso ha fare artigianato? Come lo stesso vale per realizzare il prodotto dal principio.

    Il tratto dell’artista rispecchia la sua anima che viene trasmessa su ogni bag che tu proponi.
    Dal di fuori sicuramente riuscite a vedere ciò che io stesso a volte non scorgo, ma il tempo, il lavoro costante ti portano prima o poi a trovare la tua voce e a riconoscerla. Quando lavori con le tue mani, quando crei qualcosa, sempre viene fuori la tua anima. Attraverso il manufatto o l’opera artistica la mia anima si esprime, comunica.

    10. Poi arrivano #scampoletta & #hounoscampolopercapello. Qual è il messaggio che vuoi comunicare grazie alle tue creazioni?
    https://www.facebook.com/mariadanna.atelierdiunicita/

    Questo progetto mi prende tanto, è la mia linfa vitale.

    La mia psicologa mi disse che è qui che trovo il mio fuoco.
    Cosa voglio comunicare? Buonumore, fiducia, voglia di crederci ancora, sempre.
    Le Scampolette racchiudono tanto della mia vita, sono venute a ricordarmi qualcosa di importante. Le stoffe nel capo sono le memorie, con esse raccontano storie di vita, ci parlano del nostro legame con la Luna, con la Madre terra e ci dicono che si può sorridere, che sorridere è contagioso e che se sorridi tutto diventa più bello e possibile. E poi, mi fanno compagnia quando mi sento sola. Avevo proprio necessità di sorrisi, di vederne tanti e di contaminare con loro!
    Lentiggini e sorrisi, simpatia e gioia!
    Un ultimo appunto su Etta e sulle commissioni personalizzate, queste creazioni sono accompagnate ogni volta da messaggi che fuoriescono durante la lavorazione, soprattutto a fine opera, quando osservo e stabilisco come una connessione con chi riceverà il manufatto. In quel momento la mia anima si apre all’Universo e allora scrivo. Può essere la simbologia del decoro, un qualcosa legato alla forma o ai colori oppure un’intuizione. Cerco di lasciarmi andare per dare quel quid in più, il resto lo fa la vita.

    11. Quanto esiste di eco, inteso come sostenibile nelle tue creazioni?
    Se ti riferisci alla collezione #hounoscampolopercapello lì è molto chiaro. Sai cos’è uno scampolo? È una rimanenza di un tessuto, un piccolo pezzo di stoffa. Se guardi le Scampolette, ma anche lo ScampolOtto, noterai il capo realizzato con tanti scampoli che sono resti di lavori precedenti o parti di campionari o pezzi che ho comprato in piccole misure perché mi piacevano ed erano la fine dell’intero taglio. Ho imparato da mia madre che in una sartoria non si butta via nulla, può sempre tornare utile, soprattutto quando quel tessuto ti piace da impazzire. Etta mi aiuta ad ottimizzare i tessuti.
    Sin da subito ho pensato che se volevo dare unicità sarebbe stato opportuno non acquistare metri e metri di stoffe, ma prenderne pochi e diversi e così ancora faccio. Scelgo per lo più tessuti naturali su cui posso dipingere con le pitture specifiche per tessuto. Avrai notato che

    le scampolette sono realizzate tutte su cotone grezzo

    o colorato per le shoppers e in jeans per le borse. Ah, la fodera! Uso quasi sempre cotone, a volte anche il lino.
    In generale vado ricercando scampoli, giro per mercati e vecchie botteghe alla scoperta di qualche tesoro nascosto, prediligo come ti dicevo i tessuti naturali e poi ho i miei fornitori di fiducia che mi passano le chicche. Non ti posso mica svelare tutti i miei segreti!

    12. Hai in mente nuove proposte per questo autunno?
    ed in futuro?

    Dunque per questo autunno ho realizzato delle simpatiche illustrazioni che vedono “Etta” protagonista insieme a zucche, funghi, castagne e melegrane.
    Un modo mio per dare il benvenuto alla stagione che più mi piace. Inoltre mi sto divertendo un sacco a realizzare pendagli con pelli di recupero e scampoli. Come puoi intuire si tratta di collane scampolose. Credimi, graziose, colorate ed eco-friendly. Continuerò a lavorare al progetto #hounoscampolopercapello

    Illustrazioni watercolor/collage di Mariadanna #atelierdiunicità. Progetto #scampolEtta autunno
    Illustrazioni watercolor/collage di Mariadanna #atelierdiunicità. Progetto #scampolEtta autunno

    su borse ed ho in mente nuovi tessuti.
    Per il futuro? Ho sicuramente le mie idee legate alle scampolette, ma non voglio dire nulla, non è scaramanzia, ma voglia di lasciarvi con la curiosità. Come insegna Gioia Gottini, boss delle freelance che seguo tanto, bisogna pensare in primis al big event per il nuovo anno e lasciare che tutto gli ruoti intorno. Lo scorso aprile ho dato un afternoon party sulla mia terrazza per lanciare la nuova collezione di scampolette, il prossimo anno conto di ripetere l’esperienza per promuovere le innovazioni del caso e sto valutando se qui da me o in un’altra location.
    E comunque il mio futuro più prossimo vedrà l’apertura dello shop online, il nuovo sito a cui sta lavorando mio marito e…blog, newsletter…mamma mia, quante cose! Questo è tutto il malloppo di impegni, speriamo bene!

    13. Quando vedo le tue creazioni la prima cosa a cui penso è senz’altro all’artigianalità italiana.
    Tu non ritieni che meriti più spazio in ambito internazionale?

    Mi inviti a nozze così! Mi piacerebbe tanto espandere il mio lavoro all’estero e credo che il Made in Italy sia anche apprezzato di più fuori dall’Italia. In effetti

    entro fine mese, e spero di farcela, vorrei avviare il mio negozio online su Etsy,

    che rappresenta il market place per artigiani più conosciuto e più usato al mondo. Temo questo oceano in cui mi voglio immettere come fossi una novellina Nemo, ma anche lui, piccolo pesce pagliaccio con una pinna più piccina, riesce a cavarsela!

    14. Proprio per questo motivo esistono degli incentivi a livello statale che aiutino le piccole imprese artigianali come la tua, unica nel loro genere, a regalare una vetrina anche più ampia?
    Sinceramente non credo o perlomeno attualmente non ho trovato nulla che mi aiutasse davvero. Molti prestiti per imprenditorialità ti chiedono di cominciare ad investire e poi ti rendono una parte della spesa, oppure ci sono limiti legati all’età o all’innovazione.
    Non mi faccio demotivare dal limite d’età, ognuno di noi ha il suo tempo, mi scoccia sta cosa dell’innovazione dove tutto deve essere digitale ed io sono una che lavora con tutti e 5 i suoi sensi più il sesto che sto imparando a riconoscere! Dico sempre che la mia innovazione è proprio voler ritornare ad un artigianato fatto bene, legato a tempi lenti, ad una qualità alta, quello slow fashion che si contrappone all’usa e getta di capi che hanno vita breve. L’unicità che si contrappone al globale e al seriale.

    15. Ricordi la prima volta che hai preso ago e filo?
    Mmmmh, la prima volta no, i ricordi si accavallano, mi capitava di dare una mano a mamma con imbastitura e “ndrillanti”, qui li chiamavano così, sono dei punti lenti che si usano in sartoria, oppure la aiutavo con le pieghe o ad infilare l’ago della macchina. Il ricordo più vivo che ho di bambina è che cucii da sola un orsetto di stoffa, era bianco con i pois piccolini rossi e blu. Feci due sagome speculari, poi cucii a mano e imbottii, infine disegnai occhi e musetto. Volevo qualcosa con cui addormentarmi. Ti posso dire che facevo i disegni di abiti a mamma e le chiedevo di cucire per me o per la mia Barbie. Ancora oggi collaboriamo!

    16. Come potrai immaginare ci sono migliaia di imprese come la tua che cercano di far conoscere le loro creazioni.
    Un consiglio a chi come te ogni giorno coltiva pezzo dopo pezzo il proprio sogno.

    Crederci, immaginarsi, essere visionarie di sé stesse. Avere tanta pazienza e perseveranza. Ogni tanto piangere e subito rialzarsi cercando soluzioni più che morire sui problemi.
    Osservare, studiare tanto, guardare sempre oltre e lasciarsi ispirare da chi crediamo un po’ più avanti di noi. Online ci sono tante fonti gratuite, tanti aiuti che ti sostengono nel cammino da freelance, assimiliamo tutto e cerchiamo di fare rete con chi sentiamo affine a noi. A volte ci frena la paura del rifiuto, ma confrontiamoci, condividiamo progetti ed esperienze. Ogni cammino può essere d’aiuto a qualcun altro.
    Penso sia importante scegliere “la” strada e percorrerla, scegliere il prodotto, il filone, non voler fare tutto per vendere a tutti, non è vincente. Poi ovviamente dipende dai propri obiettivi. Mi ritengo una persona ambiziosa, ho sempre avuto come riferimento atelier artistici e sartoriali e boutique. Specializzarsi, cercare la propria nicchia, capire cosa ci fa battere il cuore e avere fiducia! Sorridere e avere fiducia, Etta vi aiuta in questo!

    17. Sempre in tema di sogni, uno da tirare fuori dal cassetto?
    L’atelier dei sogni. Lo immagino spazioso, luminoso, con grandi vetrate per lasciar entrare la luce naturale e magari un piccolo giardino all’esterno. Un posto total white con tocchi vintage in cui far esplodere i miei colori e condividere periodicamente lo spazio con altri colleghi per creare eventi, workshop e momenti di confronto. Un luogo magico in cui entrare e uscirne sempre arricchiti, di colori, di fantasia, di bellezza. Mi piace l’idea di accogliere e far stare bene.
    E poi mi piacerebbe che Etta camminasse tanto e giungesse lontano.

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    3 thoughts on “Maria D’Anna e l’unicità del progetto #scampoletta: quando l’alta sartoria made in Italy vince sulla serialità

    1. Bellissima intervista Maria! Sono felice per te! Ti auguro di poter aprire molto presto il tuo bellissimo atelier e confido che lo farai a Napoli, una terra che amo molto, ricca di bellezza proprio perche’ piena di contrasti. Io lo “sento” che dietro ai sorrisi di Etta ci sono le lacrime che hai versato e che oggi sono diventate colore, allegria, vita. Auguri!

    2. Quanta emozione viene fuori in questa intervista: sentita perché riconosciuta e accolta.
      Inoltre ci vuole del tempo per scrollarti di dosso una vita vissuta in base ai condizionamenti culturali e sociali; già è tanto rendersene conto. Ci vuole del tempo per prendere contatto con Sé stessi, riconoscersi e farsi riconoscere per quello che si è, e tu Maria in barba ai “tempi commerciali” lo stai facendo.
      Inutile dirti che ti auguro di prosperare economicamente, ma ti auguro ancor più di raggiungere e godere di un Ben-Essere che renderà splendida la tua Vita.
      Tvb compagna mia!

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